Il problema di molti adulti non è che non amano. È che amano dal posto sbagliato.
Ieri sera, a cena, sul tavolo è caduto il “caso Davide”.
“Davide si è lasciato.”
“No, è stato mollato.”
“Lui ci spera ancora.”
“Lei gli ha detto: restiamo amici.”
“Era sempre appiccicato.”
Le ascoltavo, e pensavo questo:
forse sembrano parlare d’amore come di un gigantesco cruciverba, ma in realtà stanno parlando di noi.
Perché il punto non sono i ragazzi.
Il punto siamo noi adulti.
Sono gli adulti che, molto spesso, continuano a chiamare amore ciò che amore non è.
Chiamano amore il bisogno.
Chiamano amore il controllo.
Chiamano amore la paura di perdere.
Chiamano amore il sacrificio.
Chiamano amore il restare appesi a un legame che è già finito.
Ma nelle relazioni il problema, quasi mai, è la mancanza d’amore.
Il problema è il posto.
Nel lavoro sistemico questo si vede subito.
Non basta chiedersi: mi ama? lo amo?
La domanda vera è un’altra:
da dove amo?
da quale posto mi muovo?
Perché io posso anche amare moltissimo qualcuno, e nello stesso tempo stare creando disordine.
Posso amare e invadere.
Posso amare e trattenere.
Posso amare e umiliare.
Posso amare e chiedere all’altro di reggere un peso che non gli appartiene.
L’amore, da solo, non basta.
Anzi: l’amore cieco spesso complica tutto.
Hellinger su questo è stato chiarissimo:
l’amore segue l’ordine.
Quando manca l’ordine, anche l’amore più grande si aggroviglia.
Davide non cerca una compagna. Cerca una zattera.
“Era sempre appiccicato.”
Detta così sembra solo una frase un po’ crudele.
In realtà coglie un punto preciso.
Ci sono persone che non entrano in una relazione per incontrare davvero l’altro.
Ci entrano per reggersi in piedi.
L’altro diventa una funzione:
mi calma,
mi conferma,
mi rassicura,
mi toglie il vuoto,
mi salva dalla mia solitudine,
mi impedisce di sentire quanto sono fragile.
Ma quando l’altro diventa questo, non è più visto.
È usato.
E allora non siamo più nell’amore.
Siamo nel bisogno.
Questa è una differenza essenziale, perché il bisogno non guarda l’altro per quello che è.
Lo guarda per quello che deve fare per me.
Deve restare.
Deve rispondere.
Deve capire.
Deve esserci.
Deve colmare.
Deve non andarsene.
Ma un partner non nasce per questo.
Un partner non è una stampella.
Non è una protesi psichica.
Non è un risarcimento danni.
Quando usi l’altro per stare in piedi, non lo stai amando.
Lo stai caricando di un compito impossibile.
E quando quello se ne va, il dolore non è solo il dolore di una perdita.
È il crollo di tutta l’impalcatura interna che avevi appoggiato su di lui.
Per questo certi adulti, quando vengono lasciati, non soffrono soltanto.
Si sfaldano.
Non perché amavano troppo.
Ma perché avevano consegnato all’altro la propria tenuta.
“Restiamo amici” molto spesso non è bontà. È gestione della colpa.
Poi c’è questa frase, che oggi viene pronunciata come se fosse delicata, civile, evoluta:
“Restiamo amici.”
A volte è possibile, certo.
Ma molte volte no.
Molte volte non è una forma alta di rispetto.
È solo un modo elegante per non attraversare fino in fondo la verità.
Chi lascia, spesso, non vuole davvero proteggere l’altro dal dolore.
Vuole proteggere se stesso dal senso di colpa.
Chi viene lasciato, spesso, non accetta davvero l’amicizia.
Accetta un surrogato pur di non sentire la fine.
Così nessuno dei due entra davvero nella realtà.
Uno non dice:
“Non ti amo più.”
L’altro non sente:
“È finita.”
E quando una cosa non viene chiusa, non resta viva:
resta aperta.
E ciò che resta aperto, nelle relazioni, spesso marcisce.
Dal punto di vista sistemico è un punto molto serio:
se il posto è cambiato, ma nessuno lo riconosce, il legame entra in una zona ambigua.
Non è più quello di prima.
Non è ancora altro.
Non è morto.
Non è vivo.
È sospeso.
E un legame sospeso diventa un campo di dolore, speranza, colpa e umiliazione.
Per questo sì:
a volte la bontà è un cappio.
Non perché sia cattiva.
Ma perché non ha il coraggio della chiarezza.
Il sacrificio non è amore, se crea debito.
Stamattina, parlavo di ieri sera e in una conversazione con il mio compagno, è uscita una frase che dicono in molti:
“Amore è saper togliere a se stessi.”
Capisco cosa vuole dire.
Ma detta così, senza precisione, può diventare pericolosa.
Perché ci sono persone che si tolgono da una vita intera.
Si tolgono spazio.
Si tolgono desiderio.
Si tolgono voce.
Si tolgono verità.
Si tolgono perfino il diritto di essere stanche o arrabbiate.
E poi chiamano tutto questo amore.
Ma nel campo sistemico, molto spesso, quello non è amore.
È sacrificio.
E il sacrificio, quando non è libero e ordinato, crea debito.
Se io mi annullo per te, prima o poi ti presento il conto.
Anche senza parole.
Anche senza volerlo.
Anche nel silenzio.
Ti carico sulle spalle il compito di rendermi felice.
Ti faccio sentire responsabile del mio svuotamento.
Ti obbligo a compensare.
E nessuna relazione regge a lungo quando uno ama da creditore e l’altro vive da debitore.
L’amore adulto non è un’economia del debito.
Non dice: guarda quanto mi sono tolto per te.
L’amore adulto lascia interi.
Io resto io.
Tu resti tu.
E proprio per questo possiamo incontrarci.
La rinuncia sana non è alla propria esistenza.
È al proprio ego.
Rinuncio ad avere sempre ragione.
Rinuncio a piegare l’altro alla mia misura.
Rinuncio a usarlo per colmare ciò che appartiene alla mia storia.
Ma non rinuncio a esserci.
Perché una relazione in cui uno sparisce non è una relazione d’amore.
È una sparizione.
Il vero problema non è il cuore. È il posto.
Molti adulti non hanno un problema di cuore.
Hanno un problema di posto.
Amano da figli invece che da partner.
Amano da martiri invece che da adulti.
Amano da salvatori invece che da pari.
Amano da affamati.
Amano da spaventati.
Amano da persone ancora inchiodate a un dolore antico.
Ed è lì che il legame si deforma.
Perché il partner smette di essere un pari e diventa, di volta in volta:
una madre da cui prendere,
un padre da convincere,
un figlio da correggere,
una ferita da risarcire,
un rifugio contro il vuoto.
Ma il partner non è questo.
Il partner è un altro.
E l’altro, per essere davvero amato, deve essere lasciato nel suo posto.
Non colonizzato.
Non educato.
Non usato.
Non trattenuto.
Non caricato di un compito salvifico.
L’amore vero non dice:
salvami.
Non dice:
riempimi.
Non dice:
resta, così non sento il mio vuoto.
L’amore vero chiede molto di più.
Chiede presenza.
Chiede verità.
Chiede confine.
Chiede ordine.
Conclusione
Ieri sera, ascoltando le ragazze, pensavo questo:
forse sembrano parlare d’amore come di un gigantesco cruciverba, ma in realtà stanno cercando la stessa cosa che abbiamo cercato tutti.
Una forma di legame che non umili.
Che non intrappoli.
Che non chieda di sparire.
Che non si regga sulla paura.
Che non lasci appesi a un “forse”.
L’amore non è una risposta unica.
È la grammatica del linguaggio che ci mette in relazione con l’altro, e che nel tempo evolve.
E proprio per questo, quando un legame ti costringe a tradire te stesso per non perdere l’altro, quello non è amore.
È fame.
È paura.
È colpa.
È dipendenza.
È lealtà cieca.
Tutto, tranne amore.
E forse su una cosa vale la pena fermarsi un momento.
In questi giorni, in cui ci raccontiamo che la forma più alta di amore sia il sacrificio per l’altro, siamo proprio così sicuri?
Siamo proprio così sicuri che sacrificarsi significhi amare di più?
O, a volte, abbiamo chiamato amore ciò che era solo rinuncia a sé, bisogno di essere necessari, o paura di prendersi finalmente la propria vita?
Forse Pasqua, quest’anno, può essere anche questo:
lasciare morire ciò che è finito davvero,
smettere di tenere in vita ciò che non ha più respiro,
e dare posto, con rispetto, a ciò che vuole rinascere.
Riferimenti
Bert Hellinger, A simetria oculta do amor / L’ordine dell’amore
Matteo Lancini, Sii te stesso a modo mio
Laura Pigozzi, Troppa famiglia fa male
Cesare Cremonini, Nessuno vuole essere Robin
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