Cosa succede quando una reazione non appartiene solo al presente. E perché, in ottica sistemica, non basta guardare il sintomo.
Tuo figlio si spaventa troppo facilmente.
Tua figlia vive l’amore come se ogni legame fosse, nello stesso tempo, desiderato e pericoloso.
Tu guardi la loro vita e pensi: “Non hanno vissuto quello che ho vissuto io. Da dove viene tutto questo?”
Io starei attenta a questa frase.
Perché è vera solo a metà.
Non hanno vissuto la tua stessa storia.
Ma questo non significa che non ne abbiano ricevuto gli effetti.
Ho letto una ricerca pubblicata su Nature Immunology che mi ha colpita molto. Gli autori hanno mostrato che perfino la risposta anticorpale ai virus non è uguale per tutti: cambia in base all’età, al sesso, alla provenienza, ad alcune esposizioni ambientali e alla genetica. E cambia non solo “quanto” reagiamo, ma perfino quale parte precisa del virus il corpo riconosce.
Tradotto in una lingua più semplice:
anche il corpo non reagisce mai da zero.
Non incontra il presente come una pagina bianca.
Risponde da dentro una storia.
E questo, per me, è già un punto importantissimo.
Non perché “la scienza ha provato le Costellazioni Familiari”.
Questa sarebbe una semplificazione sciocca.
Ma perché rende sempre meno credibile un’idea molto diffusa:
che conti solo ciò che hai vissuto in prima persona e in modo cosciente.
L’epigenetica: quando il corpo registra
L’epigenetica studia i cambiamenti nell’espressione genica che non modificano la sequenza del DNA, ma il modo in cui i geni vengono accesi o spenti. Il fascicolo divulgativo dell’Istituto Pasteur Italia la descrive come una sorta di memoria cellulare: i segnali ricevuti durante la vita possono lasciare tracce nel modo in cui il corpo funziona. E alcune esperienze dei genitori possono arrivare anche alle generazioni successive.
Questa è la parte che mi interessa davvero.
Perché ci dice che la vita lascia tracce.
Non solo nei racconti di famiglia.
Non solo nel carattere.
Non solo nelle idee che ci facciamo su noi stessi.
Lascia tracce anche nel corpo.
Nel modo in cui si attiva.
Nel modo in cui si difende.
Nel modo in cui resta all’erta.
Nel modo in cui impara a fidarsi, o a non fidarsi.
Non è destino. Ma non è nemmeno niente.
Qui serve rigore.
L’epigenetica non dice che tutto è già scritto.
Non dice che, se un genitore ha sofferto, allora il figlio è condannato.
Non dice che ogni trauma passa automaticamente di generazione in generazione.
Dice però una cosa abbastanza scomoda da meritare rispetto:
ciò che viviamo non resta sempre chiuso in noi.
Le modifiche epigenetiche possono essere stabili, ma sono anche dinamiche e reversibili. Possono cambiare in risposta all’ambiente, allo stile di vita, alla nutrizione, allo stress, alla qualità delle relazioni.
Questa non è una condanna.
È una responsabilità.
Quello che la sistemica osserva da tempo
Qui, per me, il punto diventa molto chiaro.
Se il corpo non parte da zero,
se persino il sistema immunitario risponde da dentro una traiettoria,
se l’epigenetica ci dice che l’organismo registra, conserva, modula e talvolta trasmette,
allora diventa molto meno assurdo pensare che anche molte nostre reazioni affettive, relazionali e profonde non nascano soltanto nell’oggi.
È esattamente quello che vedo nel lavoro sistemico.
Persone che reagiscono con un’intensità sproporzionata rispetto all’evento presente.
Paure troppo grandi per la storia visibile.
Vergogne che non si spiegano con la biografia cosciente.
Blocchi che non sono semplicemente carattere.
Lealtà invisibili che sembrano più forti della volontà.
La sistemica, e in particolare il lavoro di Bert Hellinger, osserva da tempo che alcune esperienze non si chiudono nella persona che le ha vissute.
Restano nel sistema.
Cambiano forma.
Passano di mano.
Si travestono da sintomo, da destino, da paura, da scelta amorosa, da fallimento ripetuto.
Non sto dicendo che biologia ed esperienza sistemica siano la stessa cosa.
Sto dicendo una cosa più sobria e più seria:
la biologia contemporanea comincia a vedere che la risposta umana è molto meno isolata, neutra e individuale di quanto ci piaccia credere.
Non serve aver vissuto la guerra per passare la paura
Noi non abbiamo passato ai nostri figli l’Olocausto o la fame.
Ma questo non significa che non passiamo nulla.
Possiamo passare allarme.
Possiamo passare sfiducia.
Possiamo passare l’idea che amare sia pericoloso.
Possiamo passare vergogna.
Possiamo passare un corpo sempre contratto.
Possiamo passare il messaggio che per stare al sicuro bisogna controllare tutto.
E possiamo farlo anche senza volerlo.
Anche amando moltissimo.
Anche facendo del nostro meglio.
Per questo, la domanda vera non è:
“Che trauma ho subito?”
La domanda vera è:
“Che cosa sta passando attraverso di me?”
Che clima?
Che tensione?
Che paura?
Che convinzione profonda sulla vita, sull’amore, sul dolore, sull’appartenenza?
Quello che non vogliamo passare ai nostri figli
Non vogliamo passare loro il nostro allarme chiamandolo prudenza.
Non vogliamo passare loro il nostro controllo chiamandolo amore.
Non vogliamo passare loro il nostro gelo chiamandolo forza.
Non vogliamo passare loro il nostro silenzio chiamandolo maturità.
E soprattutto non vogliamo passare loro l’idea che per sopravvivere debbano restringersi.
Questo, per me, è uno dei punti più profondi del lavoro sistemico:
vedere che cosa si è trasmesso
per smettere di trasmetterlo alla cieca.
La buona notizia
La buona notizia è che non passa solo il dolore.
Passa anche ciò che trasformiamo.
Passa la verità quando finalmente viene detta.
Passa la riparazione.
Passa un corpo meno spaventato.
Passa una madre che smette di chiedere al figlio di salvarla.
Passa un padre che torna al suo posto.
Passa una donna che interrompe una catena.
Passa un uomo che smette di consegnare ai figli la propria guerra irrisolta.
Il corpo non comincia da zero.
Ma nemmeno la guarigione.
Se senti che nella tua vita c’è qualcosa che si ripete
Se senti che una paura non è “solo tua”,
se vivi reazioni che non riesci a spiegarti fino in fondo,
se percepisci che in te agisce qualcosa di più antico della tua volontà,
un lavoro sistemico può aiutarti a vedere dove quella storia è cominciata e che posto occupi tu dentro quel movimento.
Non per cercare colpevoli.
Non per restare nel passato.
Ma per interrompere ciò che non vuoi più trasmettere.
Se vuoi lavorare con me, qui trovi tutte le informazioni per una sessione individuale o per partecipare a un incontro di Costellazioni Familiari.
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